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La vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai cosa ti capita.

Immaginate di essere alla fermata di un bus, ad aspettare in silenzio il mezzo che quotidianamente prendete. A un certo punto sentite la figura di un uomo che vi si siede vicino e con molta calma inizia a raccontare la storia della sua incredibile vita.
Questa è la scena iniziale del famoso film “Forrest Gump”.
Il protagonista è un uomo di circa 30 anni che fin da bambino capise di essere speciale, non solo perché ha dei tutori alle gambe o perché ha un quoziente intellettivo più basso rispetto alla massa, lui sapeva che nella sua vita avrebbe fatto grandi cose che lo avrebbero portato ad essere molto più forte di quanto non lo fosse già in quel momento.

Rivive la sua infanzia, la sua unica amica è Jenny, una bambina della sua stessa età che fin da subito capisce che era destinato a grandi cose. Esattamente come sua madre che fin da piccolo gli ripeteva una frase che a primo impatto può sembrare infantile o inutile ma, che nella vita del protagonista, ha segnato moltissimo: “La vita è come una scatola di cioccolatini non si sa mai cosa ti capita”.
Lui affronta molte dure avventure: dopo essere entrato nella squadra di football americano, grazie alla sua straordinaria velocità, entra nell’esercito e dopo la guerra e la sua vittoria gli venne data anche la medaglia all’onore. Ed è proprio grazie alla sua esperienza in guerra, dove purtroppo perse un suo grande amico, Bubba, riesce a trovare un’altra sua grande passione: il ping pong.

E dopo tutte le cose che aveva affrontato nella sua vita si sente vuoto così iniziò semplicemente a correre, come non aveva mai fatto: correre per giorni, mesi e addirittura anni.
Il film si conclude con la fine del racconto sulla sua storia e con l’incontro con sua moglie Jenny e suo figlio.
Questo film ci insegna che la nostra semplicità, il nostro coraggio e la nostra passione possono influenzare e cambiare in meglio non solo il nostro destino ma anche quello dell’intera umanità.

Laura Pucciarelli

Ready Player One

Immagina se il petrolio finisse e il mondo crollasse dal punto di vista politico ed economico: non vorresti trovare una via di fuga o qualcosa con cui distrarti?
Questa è la base del romanzo “Ready Player One” di Ernest Cline.
Questo libro è ambientato nel 2045 dove la realtà è orribile e porta la popolazione a far parte di una società virtuale sulla piattaforma OASIS che finisce per sostituire quasi totalmente la realtà.
Il multimiliardario fondatore di OASIS ha infatti lanciato alla sua morte un concorso che ha catalizzato l’attenzione del mondo intero.
Geniale programmatore e geek ossessivo, Halliday ha nascosto all’interno di OASIS tre chiavi, che apriranno altrettante porte.
Chi troverà e supererà tutte queste prove, potrà avere l’Easter egg finale, il cui valore è inestimabile. Halliday infatti lascerà il suo impero finanziario al primo che completerà la sua serie di intricatissimi duelli.
Ma trovarlo non è semplice occorre conoscere a fondo la cultura pop dei lontani anni ’80.
La gara dura da molti anni ma non ci sono ne vincitori ne tanto meno avanzamenti nella ricerca.
C’ è la farà Wade, il protagonista, a trovare l’Easter egg o si arrendere come tutto il resto della popolazione?
Trama: 3.5/ 5
Stesura: 4.75/ 5
Sara Di Rocco

Bandersnacht: Libera scelta o decisione fittizia?

Il 28 Dicembre 2018 dopo mesi di attesa fomentata da una fitta campagna pubblicitaria, viene rilasciato con successo il primo film interattivo di Netflix: Bandersnatch.

Si tratta niente meno che del finale di stagione di Black Mirror, una famosa serie TV con episodi autoconclusivi che esplora un futuro (neanche troppo prossimo) in cui le invenzioni più innovative, si scontrano con i più forti istinti umani portando a terrificanti effetti collaterali.

Bandersnatch racconta la storia del diciannovenne Stefan Butler il quale è impegnato nella programmazione di un videogame “a bivi” basandosi su un libro (da cui l’episodio prende il nome) appartenuto alla madre.

La dinamica è molto semplice: durante l’episodio lo spettatore viene posto di fronte ad alcune scelte e ha dieci secondi di tempo per prendere una decisione.

Le opzioni che vengono presentate hanno diversi tenori: variano dal scegliere semplicemente i cereali della colazione al decidere se ascoltare o meno il padre.

Scelta dopo scelta la storia prende forma e assume risvolti differenti per giungere così a uno dei cinque finali ufficiali.

Altra conseguenza delle nostre scelte è la durata dell’episodio che spazia da quaranta minuti a due ore e mezza.

Tuttavia fin dalle prime scelte, la morale che vuole darci C. Brooker (il creatore) è molto chiara: scegliere liberamente non è possibile.

Questo aspetto emerge abbastanza esplicitamente da alcune battute o scene metacinematiche in cui il protagonista stesso si accorge che le proprie decisioni in realtà non gli appartengono ma che è qualcuno che le prende al suo posto (in questo caso lo spettatore). Si instaura così un dialogo tra Stefan e noi che guardiamo il film, rendendo se possibile ancora più angosciosa l’atmosfera.

Durante l’episodio molto spesso ci troviamo infatti di fronte a decisioni che sono solo apparentemente diverse e che portano inevitabilmente a finali indesiderati.

Il nuovo prodotto Netflix interagisce con lo spettatore anche in modi inattesi o beffardi, prendendo in giro il concetto delle scelte multiple: per esempio, in una sequenza che riflette sulla nozione dell’intrattenimento, si fa avanti la possibilità di aggiungere un po’ di action alla storia e le due opzioni sono “Yes” e “Fuck Yeah!”. In altri casi, a prescindere dalla scelta, Brooker ci porta lungo un percorso prestabilito, rivolgendoci lo stesso messaggio che arriva al personaggio principale: non siamo noi ad avere il potere.

La visione di Bandersnatch ci porta inesorabilmente a chiederci: Siamo davvero liberi di scegliere o ci illudiamo di esserlo? Ciò che decidiamo è già stato previsto? E parlando per massimi sistemi: esiste il libero arbitrio?

Sul tema della scelta si sono pronunciati diversi filosofi tra cui spicca il pensiero di Søren Kierkeegard, con la sua filosofia caratterizzata da un precoce stampo esistenzialista.

Lo studioso danese analizza l’individuo nella sua assoluta individualità, il soggetto con la sua vita, con la sua dimensione fisica ed emotiva focalizzandosi però sul tema della libertà intesa come possibilità di scelta.

Per Kierkeegard la vita pone l’uomo sempre di fronte a molteplici possibilità, nessuna delle quali è garantita, così che ogni scelta comporti la possibilità del fallimento. Inoltre, per ogni decisione che prendiamo, ne scartiamo migliaia di altre.

Dalla possibilità deriva pertanto un unico sentimento: l’angoscia.

Di conseguenza, secondo il filosofo, l’uomo non ha la possibilità di essere indipendente ma è assoggettato e sottomesso alla propria libertà che (ossimoricamente) lo opprime.

Ovviamente una tale filosofia mette in risalto per lo più i drammi e il senso di soffocamento  che deriva dall’obbligo della scelta, ma è anche vero che forse a noi piace rimanere nell’illusione di essere liberi per sentirci padroni del nostro destino.

Tuttavia, che esista o meno il libero arbitrio non ci è dato saperlo (almeno per ora). La domanda a cui però possiamo provare a rispondere è: ci serve credere nel libero arbitrio?

Oscar 2018: La forma dell’acqua

“La forma dell’acqua”, film tra la fantascienza e la fiaba, incentra la propria trama sul rapporto tra due isolati dalla società.
Il regista Guillermo del Toro ambienta l’opera nel 1962, in piena guerra fredda.

Il film evidenzia il clima di forte tensione e di discriminazione, sessista, razzista e xenofoba che caratterizzava la società americana dell’epoca.
La protagonista è Elisa (interpretata dall’attrice Sally Hawkins) ,donna affetta mutismo che lavora come inserviente in una base militare nei pressi di Baltimora.
All’interno dell’edificio è segregato un “uomo-pesce” di cui viene studiato il sistema respiratorio perchè si ritiene possa essere utile per le future missioni spaziali.
Questa creatura è perseguitata dal responsabile della sicurezza Strickland, che lo ritirne un’ eresia vivente nei confronti di Dio.
La nostra protagonista incontra il mostro, con cui si sviluppa un rapporto e al quale insegna il linguaggio dei segni. Decide così di ideare un piano per liberarlo e portarlo nel suo habitat originario. Si fa aiutare dai suoi amici Zelda, che lavora insieme a lei, e Giles, suo vicino di casa; entrambi sono rifiutati dalla società in quanto Zelda è nera e Giles è gay.

L’intreccio della storia è prevedibile, ma lo sviluppo dei personaggi e il modo in cui la storia viene narrata lasciano lo spettatore incollato allo schermo.
La comunicazione, sia tra il film e lo spettatore che tra i personaggi principali, è dettata da sguardi e silenzi, che riescono a trasmettere forti emozioni.

E’ per questo che il film riceve 13 nomination e riceve 4 premi Oscar come: miglior film, miglior regia, migliore colonna sonora originale, miglior scenografia.

Il professore va al congresso

Vecchio libro comprato in una vecchia bancarella solamente per il commento di Umberto Eco, il quale lo definisce una sorta di Orlando innamorato in versione definitiva, una commedia satirica in grado di mutare il modo stesso in cui percepiamo la realtà, davanti ad una prefazione del genere (e un modico costo) capirete bene che non comprarlo sarebbe equivalso ad essere fulminato dal Sommo lassù.
All’inizio, sinceramente, ho pensato più volte che essere fulminato sarebbe stato meglio, poiché il libro sembra essere una sorta di romanzo rosa mal venuto. Quasi come uno di quei romanzi a luci rosse la cui trama migliora solo premendo il tasto del muto, ma se si ha la resistenza e la persistenza di andare avanti, ci si accorge che la narrazione decolla, letteralmente, in quanto il lettore si trova catapultato da una parte all’altra del globo seguendo le avventure del professore McGarregle, un novello Orlando dei giorni nostri. La figura di McGarregle, e quindi quella di Orlando, viene disegnata in una maniera alternativa, il classico eroe muscoloso viene rivisto come un semplice uomo, gracile e mingherlino. Il parallelismo con Ariosto apparirà evidente quando il professore irlandese si innamorerà di Angelica, che si rivelerà ben più disinvolta e di mondo rispetto a lui.
Il romanzo risulta piacevole nella sua incompiutezza, casualità e caotica confusione. Si rivelerà in grado di far rimanere il lettore incollato fino all’ultima pagina, fino all’ultima riga, fino all’ultimo viaggio.

La bravura di Lodge consiste nel farci capire, tramite questo racconto, che viaggiatori si nasce e che tutti viaggiamo. C’è chi viaggia per fuggire dalla moglie, chi per cercare un’esperienza extraconiugale e chi per trovare se stesso. Quello che davvero conta all’interno del viaggio, di qualunque tipo esso sia, non è la meta, la quale sarà sempre inferiore rispetto alle nostre aspettative, ma il paesaggio. Grazie a ciò che vediamo, conosciamo e amiamo, il nostro viaggio può avere davvero senso.

L’errante